Con Bocelli saldi mai visti: polemiche inutili, ironia sconosciuta

Dal Corriere della sera, arriva una notizia a dir poco discutibile: “Con Bocelli saldi mai visti: slogan choc, bufera sul banner di un negozio di abiti”.
Io sono non vedente, anzi, cieca. E sinceramente, tutto questo scandalo, non ce lo vedo (appunto). Sono state fatte tante polemiche sui social, chi dice “vergognoso”, “di pessimo gusto”, addirittura il sindaco di Bassano del Grappa, sig. Riccardo Poletto, sostiene di voler segnalare il banner “alla polizia”, perché di pessimo gusto. Ma cosa è, il babau? E pensare a semafori acustici, percorsi tattili, barriere architettoniche in genere? E’ questo il compito di un sindaco, non certo andare a segnalare i banner alla polizia che, sono pronta a scommettere, si farà una gran risata.
La pagina è TCB Bassano e il post “incriminato” è uno dei primi, quello con la foto con scritto saldi; ho preso posizione scrivendo una mail privata al negozio, ho commentato nella loro pagina, e prendo posizione anche sul mio blog personale.
Perché certi vedenti si devono infervorare così?
Essere ciechi, non significa non essere in grado di intendere e volere, non significa che non possano essere fatte battute sulla vista, ANZI; non abbiamo bisogno che folle di persone, che forse non hanno mai visto un cieco in vita loro, si ergano a giustizieri da tastiera tentando di difenderci dalle offese presunte del banner cattivo cattivo.
Se la mancanza della vista vi terrorizza, è umanamente comprensibile ma, per favore, non prendete posizione difensiva nei nostri confronti dove non serve.
E’ successo quando Barbara d’Urso ha detto in trasmissione, “saluto i ciechi che stanno guardando”, inteso ovviamente come “seguendo la trasmissione”; è successo nel 2013, con lo speciale su Lucio Dalla, quando Morandi disse a Bocelli, “guarda ti faccio vedere”, per indicargli qualcosa degno di nota. La vogliamo smettere di fare casino dove non serve?
Anche perché, le stesse persone che fanno rumore nei social per queste stupidate, poi, dove c’è bisogno davvero di aiuto, non si vedono mai. …O forse, sono io che son cieca e non le vedo?
AGGIORNAMENTO: il titolare del negozio, sig. Alessandro Villari, ha ricevuto la mia lettera in cui lo ringraziavo per aver ironizzato su una condizione come la cecità, che di solito fa paura; quando si scoperchiano dei sepolcri, come si suol dire, qualcosa si muove sempre. I perbenisti l’hanno divertito, beh, divertono anche me. Se ne possano andare anche al diavolo, sulle note di questa canzone di gemboy.

il cieco terrorista

Racconto di fantasia contro i captcha ottici, che ha partecipato al contest Fun Cool sesta edizione marzo 2011 (ringrazio Raffaele di averlo mantenuto in rete perché io l’avevo perso).
Siccome ahimè la tematica dei captcha ottici è ancora attuale, lo ripubblico.
Ovviamente è una storia inventata, anche se la protagonista in prima persona è femminile, non si riferisce a me. L’unico riferimento reale è … il disagio provato con i captcha.

Il cieco terrorista

Io e Giacomo ci eravamo conosciuti in chat e ci scrivevamo da mesi, non mi aveva ancora mai incontrato di persona ma sapeva che sono non vedente, la cosa sembrava non turbarlo affatto, mi diceva di non essere un materialista che pensava solo al denaro ma si occupava di persone in difficoltà, mi tranquillizzava dicendo “tu sei come gli altri anzi più brava di noi, non ho alcun motivo per discriminare”, faceva trapelare dai suoi scritti una grande stima nei miei confronti tanto che appena si comprò casa, fui la prima persona che invitò: “non potevo scegliere occasione migliore per conoscerti, per instaurare anche una collaborazione reciproca, parlare delle nostre attività sul web mentre mangiamo qualcosa insieme”, mi disse; nessun problema anche se viveva in una città lontana dalla mia, presi il treno dopo aver prenotato il servizio assistenza disabili, il viaggio andò liscio e una volta in stazione l’assistente mi accompagnò all’uscita, presi un taxi che mi portò dritto davanti a casa di Giacomo; il tassista mi aiutò a scendere, e vide due uomini appostati davanti al cancello, ma non mi informò che erano in divisa e armati forse per non spaventarmi; uno dei due disse al tassista “può andare, della signorina ci occupiamo noi” così rimasi sola con i due sorveglianti; mi avvicinai al cancello cercando la colonna di cemento in cui erano installati i campanelli da suonare, sapevo che quello di Giacomo era il terzo, e una volta raggiunto il pulsante uno dei due guardiani mi prese la mano con violenza, me la tirò via dal campanello e mi puntò la pistola contro ordinandomi di spogliarmi nuda e dare ad entrambi tutti i miei effetti personali cellulari compresi, perché a loro dire il padrone voleva che gli ospiti fossero perquisiti approfonditamente per motivi di sicurezza, pensai che il mio conoscente avesse a che fare con il mondo politico o fosse un personaggio famoso e mi avesse mentito quando in chat mi diceva che lui si occupava di un’attività senza scopo di lucro, ma in quel momento ero spaventata perché nessuno mai mi ha puntato un’arma contro, sapevo di non aver mai fatto male a nessuno, perciò non sentivo l’esigenza di fare domande: non avevo altra scelta, fuggire significava rischiare la vita; mi spogliai e i miei vestiti, occhiali, bastone bianco e borsa furono scaraventati da un lato con un calcio dai guardiani, e dopo un attimo percepii il suono di due cerniere lampo che si aprivano, seguito da sospiri e mani in movimento: con una mano mi puntavano contro le armi, con l’altra era evidente il loro gesto autoerotico e alla mia reazione di perplessità mi spiegarono che non era niente di tutto ciò, avevano solo aperto la loro borsa contenente le lenti d’ingrandimento per perquisirmi notando se avevo parassiti sul corpo, sì certo, come se non riuscissi a distinguere il rumore della cerniera di una borsa o marsupio da quella di un paio di jeans, ma pazienza pensai, compatiamoli, io avevo sempre le pistole puntate in testa e la paura era più forte di qualsiasi stimolo a difendermi; mi chiesero di divaricare le gambe permettendo di farmi guardare tutta anche le parti intime e fu proprio in quel momento che sentii il cancello aprirsi e dei passi che venivano verso di me così appena percepii che la persona mi si era fermata davanti, mi riempii di speranza e domandai aiuto, senza alcun interesse di sapere chi avevo di fronte: tanto, ormai, sia quel che sia, sentivo di non aver alcunché da perdere; la risposta fu: “ciao piccola, io sono Giacomo”, a quelle parole mi sentii disgustata oltre che umiliata perché nemmeno mi tese la mano né mi diede un abbraccio né, tanto meno, fece qualcosa per difendermi e allontanare i 2 guardiani che intanto avevano finito il loro lavoro bagnando dappertutto; “se sei spaventata da questi signori ti dico di non preoccuparti, loro stanno soltanto facendo il loro lavoro: la perquisizione profonda è la prassi per entrare in casa mia, ho avuto ordine dall’antiterrorismo di non permettere libero accesso a chi indossa occhiali scuri, e porta con sè oggetti potenzialmente pericolosi e non faccio distinzione tra bastone normale e bastone per ciechi perché sempre bastone è, mi dispiace: prima che io ti faccia entrare, tu devi obbligatoriamente mostrarti disponibile con questi guardiani qualsiasi cosa ti chiedano entri solo con la loro approvazione”; l’unica soluzione per me a quel punto, fu di recuperare i miei vestiti ed effetti personali ma li trovai in stato pietoso, i guardiani calciandoli li avevano spinti dentro una pozzanghera, rendendo quindi anche il cellulare inservibile non mi restò che rivestirmi per ritrovarmi tutta sporca di fango, per strada, non sapendo come chiamare l’assistenza per ritornare a casa, non mi sono mai sentita così sola, persa, umiliata: maledetti servizi di anti-spam soltanto visuali, detti anche captcha, nei siti web e nei commenti dei blog, per un cieco sono soltanto un’umiliazione, lo costringono a rivelare in molti casi anche dati sensibili alla persona vedente che l’aiuta che per quanto fidata sia, è comunque un rischio per la privacy.

Mio cuggino e la privacy su facebook

Nasce oggi, primo luglio 2016, una nuova rubrica del blog: Racconti di fantasia, nella quale creerò dei brevi racconti prendendo spunto da assurdità incontrate sulla rete internet, siano queste post di facebook, canzoni, video, o altro.
Riferimenti:
bufala facebook: tutto quello che avete postato diventa pubblico da domani, e la canzone di Elio e le storie tese, Mio cuggino, contenuta nell’album Eat the phikis.

Mio cuggino ama molto i social network, e ha una rete di migliaia di contatti; ha sempre creduto a tutte le teorie complottiste del pianeta dalle scie chimiche alla terra piatta ai rettiliani, ma dopo che è cascato con la moto e togliendosi il casco gli si è aperta la testa, il suo cervello ha avuto dei cambiamenti.
Così, ha deciso di dedicare tutto se stesso alla divulgazione scientifica, iscrivendosi compulsivamente a tutte le pagine divulgative, più o meno amatoriali.
Decine di ragazze gli richiedevano l’amicizia su facebook e lui, puntualmente, le accettava. Con una, era anche arrivato a concludere in reale, se non fosse che la mattina sullo specchio si era trovato scritto “benvenuto nell’aids”.
A quel punto gli ritorna un flash: “ma, i miei vecchi amici complottisti dicono che l’aids non esiste, di che devo preoccuparmi?” Si fa un selfie con lo specchio davanti, fotografando la sua faccia e la scritta, che poi puntualmente pubblica su facebook: i messaggi si sprecano: “anch’io sono stato con lei anch’io ho trovato la scritta sullo specchio!”
Mio cuggino non ne poteva più delle notifiche, per cui a tarda sera decide di spegnere.
Dalla mattina successiva, il suo accesso a facebook era inibito, l’icona era diventata rossa; era richiesto un pagamento di 6 euro più iva.
Cosa è successo! Ma possibile che nessuno me l’abbia detto!
Non sapeva più cosa fare, mio cuggino; si reca fuori, a prelevare i soldi, dato che gli era imposto di inserire la banconota nella porta USB del computer per poter pagare, e appena esce sente tutti che parlavano di lui e raccontavano di come tutta la sua vita fosse stata divulgata.
Eppure lui si ricordava di aver scritto su facebook solo il fatto dello specchietto! Ma come fanno a sapere che io sono stato trovato in un fosso che mi mancava un rene? Si chiede. Quello era solo nella lista “amici più stretti”! Cavolo!
L’illuminazione gli arriva dal tabaccaio: “Ma non ti sei accorto che c’era un avviso? Dovevi fare il copia incolla del messaggio che vietava a facebook di usare i tuoi dati! Adesso sei fregato, tutta la tua vita è pubblica!”
Copia incolla se non vuoi far la fine di mio cuggino!

Bufale e mancanza di umiltà: appello ai condivisori compulsivi

Caro condivisore compulsivo, questo appello si rivolge a te, che passi tutto il tempo possibile e impossibile su facebook; a te che quando leggi una notizia emotivamente forte, la condividi senza verificarla. A te che pensi, che le notizie sono fatte apposta per essere condivise e sono tutte vere, salvo prova contraria, ma non ascolti mai quando ti danno la prova contraria da più parti. A te che dici, basta leggere il titolo e l’anteprima per poter essere certi che valga la pena diffondere…
No, ti prego. Tu dovresti avere un po’ più di umiltà, quando ti fanno notare di aver scritto una stupidaggine, abbi almeno l’accortezza di ascoltare cosa gli altri hanno da dirti, se proprio ti costa troppo chiedere scusa.
Prova a metterti nei panni di chi ha tentato di farti aprire al mondo di internet, per fornirti uno strumento di maggior conoscenza, e poi tu questo strumento lo usi per far cazzate.
La tecnologia non combatte l’ignoranza, proprio no. L’ignoranza va combattuta, con l’aiuto della tecnologia, ma tramite la forza di volontà.

Rettifica a ilgiornale: La rai fa pagare il canone pure ai ciechi

Era il 23 maggio 2016, e sulla testata ilgiornale è stato pubblicato un articolo che parlava del canone rai e i non vedenti, citando una certa Elena di Treviso. La sottoscritta.
Se secondo molti io non ero identificabile, i fatti invece stanno diversamente: basta scrivere in Google, senza virgolette, la frase: elena treviso canone rai, e al terzo posto esce un vecchio articolo che ne parlava, dell’huffington post, in cui c’era il mio nome per esteso, perché comunque a suo tempo pubblicai un articolo su un giornale locale, e misi il mio nome completo consapevolmente.
Scrissi una lettera alla testata, lettera che riporto in coda a questo post, mail lunghissima che non ci sarebbe entrata in una rettifica giornalistica nemmeno spingendo, stando alle varie normative in materia; però mi sono prodigata per condividerla nei vari siti che si occupano di smentire le false notizie, siti che ringrazio comunque per lo spazio lasciatomi.

Successivamente, la testata giornalistica mi ha chiesto di inviare una lettera di 1500 caratteri, contenente la mia rettifica, e loro l’hanno pubblicata in cartaceo il giorno 3 giugno, (on line non l’ho vista), sottoforma di lettera dei lettori, e rispondendo in sostanza che hanno ragione loro e i ciechi pagano il canone; la rettifica però non era in merito al pagamento della tassa, bensì alle affermazioni false che erano state fatte sul mio conto.
E a me, onestamente, al momento è stato sufficiente che tale mia lettera abbia avuto il suo spazio e aver fatto capire ai lettori la mia posizione reale. Poi si sa come vanno le cose, ai giornali interessa lo scoop molto più delle rettifiche, un presunto diritto violato fa molta più gola rispetto ad un problema comunque arginabile con la tecnologia. So solo che ci ho perso troppo tempo ed energia su questa storia.
Per quanto riguarda la lettera che hanno pubblicato, non la metto on line sul mio blog perché non ne ho avuto l’autorizzazione, e pur essendo un testo che ho scritto io, è comunque andato su su una testata protetta da copyright. E per quanto da loro abbia subìto un torto, non sono così stupida dal fargliene uno altrettanto. Aggiornerò qualora dovessi trovarla on line.
In calce, copio quella che invece avevo originariamente scritto in data 25 maggio.

Treviso, 25/05/2016
Spett.le redazione,
spett.le sig. Antonio Materi,
mi chiamo Elena Brescacin, sono venuta a conoscenza di un articolo riguardante il canone rai e i non vedenti.
http://www.ilgiornale.it/news/politica/rai-fa-pagare-canone-pure-ai-ciechi-1262330.html

Desidero, con la presente, chiedere una urgente rettifica di quanto scritto sul mio conto, affermazioni assolutamente false, poiché sono io la sig.ra Elena di Treviso.
Desidero pertanto smentire, e smontare, tali false affermazioni, punto per punto:
***
I ciechi, anche volendo, la tv non possono guardarla. Ma la Rai non «vede» ragioni, per esentarli dal pagamento del canone. Cento euro in bolletta, altrimenti ti tagliano la luce. «Che, per noi non vedenti, non sarebbe neppure questo gran danno – scherza amaramente la signora Elena di Treviso, che ha in corso con la Rai un antico contenzioso proprio in tema di esenzione del canone
***
Mai detta una cosa del genere.
Mai detto “se ti tagliano la luce non sarebbe un gran danno”, in quanto:

1. io e la redazione de Ilgiornale non siamo mai stati in contatto diretto; tutte le informazioni pubblicate in tale articolo, sono state raccolte e copia-incollate da altre testate e blog disponibili in rete, con notizie presenti da diversi anni. Avete fatto il nome di una persona (la sottoscritta), città e disabilità, senza verificare se tali informazioni fossero ancora valide.

2. Sono un tecnico informatico. La tecnologia è il mio lavoro, oltre che essermi utile nella vita quotidiana in quanto persona non vedente; “luce” è il termine gergale per indicare corrente elettrica. Per cui, se io portassi avanti un fantomatico atto di “disobbedienza”, “non pago la bolletta per non pagare il canone”, farei come l’atleta che decidesse di spararsi alle gambe perché il preparatore è troppo severo. Un gesto masochistico, anzi fortemente stupido, oltre che inconcludente su tutti i fronti.
3. Non ho alcun “contenzioso da diversi anni” con la rai. Ho semplicemente più volte chiesto, in un’epoca in cui la tecnologia non mi veniva incontro (sette anni fa), come mai con la quasi totale impossibilità di fruire di apparecchi televisivi salvo accendi-spegni-cambia canale, non ci fosse una riduzione della tassa sul possesso, anche alla luce del fatto che la tv pubblica non ha un palinsesto sufficientemente coperto da audiodescrizioni e sottotitolazioni.

Il vostro articolo continua:
***
“Inutile ribattere che l’«apparecchio televisivo» – per chi è cieco – non rappresenta un elettrodomestico «fruibile» ma equivale a un soprammobile privo di funzionalità.”
***

Assolutamente falso.
Qui mi sento offesa dalle vostre parole che mi coinvolgono in prima persona, sia come cieca, sia come tecnico; devo dire di essere rimasta assolutamente scioccata da queste affermazioni senza alcun fondamento, attribuite in qualche modo alla mia persona; potrebbe credo anche figurarsi un reato di diffamazione mezzo stampa. Dal dire che un apparecchio non sia al 100% fruibile, condizione in cui erano i televisori fino a pochi anni fa, al dire che il televisore è un soprammobile privo di funzioni, ce ne passa davvero.
Ma, le menzogne nei miei confronti, continuano:

***
La signora Elena non smette di ripeterlo: «Io ho chiesto da anni alla Rai che mi vengano a sigillare il televisore, ma loro non si sono fatti mai vivi. L’unica cosa che ho ottenuto è stata una dichiarazione in cui mi si dice che posso essere esentata dalla tassa solo se sono ricoverata permanentemente (e ivi residente) in una casa di riposo o in una struttura medicalizzata. In quel caso il canone lo paga l’ospizio, nel caso sia dotato di un’apposita saletta tv…».
***

Assolutamente falso.
1. Non ho mai chiesto di sigillare il televisore. Mai mi sarei sognata di farlo, non mi è mai interessato non pagare il canone, io ho semplicemente chiesto se era possibile, data la scarsa fruibilità dei mezzi televisivi, una riduzione del 50%. E, soprattutto, un miglioramento dei servizi audiodescritti e sottotitolati, visto che molti film, fiction e documentari, non sono coperti. Il massimo che posso aver fatto, è stato fare un commento amaro su una storia di una cooperativa di disabili a cui è stato chiesto il canone per una piccola radiolina; all’epoca -2015- dissi: “quando si tratta di migliorare i servizi o ridurre la tassa ai disabili in nome della scarsità dei servizi stessi, nessuno si muove. Quando c’è da chieder soldi, corrono subito”.
La frase “i non vedenti piangono”, si commenta da sola; io non ho mai pianto. Semmai, mi faccio domande, cerco di capire la motivazione quando mi accorgo di qualcosa che non va.
2. la realtà è cambiata.
La tecnologia è venuta incontro alle persone con disabilità visiva, grazie a numerose modalità di accesso al televisore:
– chiavette collegabili al computer e all’antenna televisiva e gestibili da computer e/o smartphone
– apparecchi collegabili tra antenna televisiva e router (ovvero dispositivo che permette l’accesso a internet), per cui tra computer, tablet e smartphone, si può gestire il digitale terrestre -tra cui i canali rai- anche in modalità senza fili.
– le ultime tv sul mercato, basate su sistema operativo Android, sono per la maggior parte equipaggiate con sistemi di accessibilità

https://www.nvapple.it/podcast/android-tv-accessibile-con-talkback

qui la registrazione di un mio caro amico che dimostra l’utilizzo di tale dispositivo.
Qui invece la spiegazione ufficiale di tutte le funzionalità del sistema android tv, per i televisori.
https://support.google.com/androidtv/answer/6123320?hl=it

3. il comunicato ultimo dell’agenzia delle entrate, parla molto chiaro:
Computer, tablet e smartphone, non sono di per sè soggetti alla tassa sul possesso; lo diventano, però, qualora tali dispositivi siano collegati all’antenna tv classica, per ricevere il segnale dtt.
Pertanto, poiché grazie alle nuove tecnologie, ormai una persona priva della vista può usufruire al 100% del televisore in vari modi, chiedere la riduzione del canone sul possesso, non ha assolutamente più alcun senso. Se una persona non può, o non vuole, per qualsiasi motivo, uniformarsi alle nuove tecnologie, e si tiene in casa un televisore non accessibile, la rai non ne può nulla. E lo stato non ne può nulla, sulle scelte personali del singolo; possiamo dire che la tassa sul possesso della radio e tv è assurda, anacronistica, possiamo dire che i contenuti dei canali rai non sono al top, né per vedenti e udenti né per ciechi e sordi. Possiamo segnalare alla rai di ampliare il palinsesto audiodescritto e sottotitolato… possiamo autonomamente decidere anche di non guardare i canali rai; ma se la legge dice di pagare una tassa solo perché si possiede un apparecchio televisivo, come non interessa allo stato se sei tecnologicamente “scafato” o meno, allo stato non interessa che tu quel televisore lo guardi con i canali rai o di altre reti. Chiediamo diritti, quelli di fruire al meglio di più contenuti possibili; ma se si vogliono diritti, bisogna anche compiere i doveri. E la tassa sul possesso, attualmente, fa parte dei doveri.
La battaglia sull’esenzione, ripeto, non ha più alcun senso, ora quello che mi limito a chiedere, e non solo alla rai, è una maggior attenzione a rendere fruibili quanto più possibile, i contenuti ai disabili sensoriali.
Arrivederci
Elena Brescacin

Esenzione canone rai per non vedenti: tutta la storia

In questi ultimi giorni, con la storia del canone rai in bolletta, le testate giornalistiche stanno facendo tornare all’attenzione dei propri lettori, una situazione che io ho personalmente posto ai media, nel lontano 2009: perché noi persone con disabilità sensoriale, ovvero prive della vista o udito, dobbiamo pagare il canone rai, una tassa sul possesso di radio e tv, pur non potendo autonomamente usufruire di TUTTI i contenuti offerti dal servizio della tv pubblica italiana, né tanto meno i mezzi (specie le tv) non sono al 100% accessibili ai disabili sensoriali?
Posi la questione all’ADUC, tramite una lettera alla rubrica Cara Aduc che da anni sta tentando di far abolire il canone; effettivamente questo sarebbe una tassa anacronistica, essendo nata quando RAI era l’unico fornitore di servizi radiotelevisivi all’epoca in cui questa legge entrò in vigore.

Io non ho mai chiesto di non pagare, nonostante numerose testate giornalistiche sostengano che “Elena non vuole pagare il canone rai”; ho sempre chiesto che, almeno, un disabile visivo o uditivo potesse pagare il 50% della tassa sul possesso, dato che un sordo può usufruire del televisore in modo completo solo se i programmi sono sottotitolati o in lingua dei segni; in rai esistono programmi con questa caratteristica ma non coprono tutto il palinsesto televisivo, e per la disabilità visiva, i contenuti con audiodescrizione erano all’epoca, e sono tutt’ora, relativamente pochi.
Inoltre, all’epoca, per quanto riguarda la disabilità visiva, esistevano pochissimi mezzi per poter fruire di un televisore in modo completo, l’unica possibilità per noi non vedenti di essere autonomi al 100% era il sito web rai.tv che non eccelleva per accessibilità.
Certo, un televisore tradizionale può essere utilizzato da un non vedente, se si tratta di avere le opzioni base come accendi, spegni, cambia canale, alza-abbassa il volume. Ma già col digitale terrestre, sintonizzare i canali, ricordarsi i numeri… è impossibile; vedere la guida tv, programmarsi la registrazione di un programma, selezionarsi il canale dove usufruire delle audiodescrizioni, fino a poco tempo fa era impossibile.

Accessibilità e rai: lo stato dell’arte

Rispetto a come stavano nel 2009, le cose sono un po’ cambiate: il sito rai ha incluso nei programmi on demand, anche quelli audiodescritti; anche se, ovviamente, per problemi di diritto d’autore non ci sono quelli americani (che poi son quelli che a me piacciono di più) mentre nel sito statico che era presente fino al 2013, le puntate venivano messe tutte; si poteva godersi cold case, castle, NCIS e tante altre amenità, ora non più, ma intanto l’audiodescrizione si può seguire anche tramite digitale terrestre, oltre che per radio, e ci sono numerosi metodi per ascoltarsele, anche tramite computer, smartphone, e perché no, anche nelle ultime smart tv, alcune delle quali hanno incluso un sistema di assistenza tramite sintesi vocale per usufruire dell’apparecchio televisivo al completo.
Il problema, però, rimane: come ho
spiegato nell’articolo sulla tribuna del 2015, i servizi audiodescritti e sottotitolati, sono ancora pochi, rispetto al panorama della radio e televisione italiana.
Molte testate hanno preso l’articolo del 2015 e l’hanno riportato in auge, la cosa non mi ha fatto molto piacere però; se da un lato sono contenta che del problema si parli, dall’altro mi sa molto di strumentalizzazione politica, alla quale non sono assolutamente disposta e dalla quale mi dissocio in tutti i modi.
La Tribuna ha pubblicato un altro articolo in merito, e ci tengo a precisarlo anche nel mio blog personale.
Il canone sul possesso dei televisori è una tassa anacronistica, in quanto la rai non è più l’unico fornitore italiano di contenuti radiotelevisivi; siamo d’accordo. Ma, stando il fatto che la tecnologia è avanzata, e ci sono anche televisori parlanti, non ha più assolutamente senso rilanciare il discorso dell’esenzione, in quanto io lo portai avanti in un contesto in cui per un non vedente, la tv poteva essere poco più di una scatola con lo schermo, di cui non si poteva fruire al 100% in autonomia.
Tra le altre cose, nonostante un articolo sulla testata Ilgiornale lo sostenga, io non ho mai chiesto alla rai di sigillarmi il televisore, ho sempre e comunque pagato il canone, non ho mai aperto contenziosi con nessuno. Né, tanto meno, ho mai sostenuto che, o paghi 100 euro o ti tagliano la luce.
Non metto il link all’articolo in questione, per non fare pubblicità a chi mi diffama per ottenere click.
Ora, quello che porto avanti, è un altro tipo di discorso: la mia speranza che il servizio rai migliori, in materia di fruibilità per i disabili sensoriali tramite audiodescrizioni dove possibile, sottotitoli e lingua dei segni, nonché un miglioramento complessivo della qualità dei contenuti offerti. Anche se, in un mondo in cui si lascia Red Ronnie parlare di questioni medico-scientifiche, la speranza è pochina…

TEDX Assisi: un’emozione che non si dimentica

Era settembre 2015, una serata in cui mi sentivo particolarmente stanca; desideravo solo rilassarmi davanti ad una bella serie tv poliziesca; avevo dimenticato il programma di posta elettronica aperto e, mio malgrado, mi ero addormentata con la tv; ad un certo punto la sintesi vocale mi sveglia di soprassalto, annunciandomi la mail di un tale Matteo, messaggio arrivato alla mail del gruppo  con cui collaboro dal 2013, il soggetto era TEDX assisi, e uno di noi era invitato a partecipare ad questa iniziativa, intitolata Back to simplicity ritorno alla semplicità, che si sarebbe svolta a novembre 2015.

Ne parlo con gli altri membri del mio gruppo di lavoro, e anche con l’organizzazione del TEDX; alla fine conveniamo tutti che ci sarei andata io, e avrei tenuto il mio intervento, di massimo 18 minuti… in lingua inglese.

La paura era grandissima: mi sarei trovata, forse da sola, in mezzo a un vasto pubblico di gente sconosciuta, e soprattutto la prima volta in assoluto che avrei parlato in inglese ad un pubblico.

Non ho mai avuto problemi ad espormi pubblicamente, già altre volte ho avuto a che fare con il pubblico e il mio approccio è sempre stato: “non li vedo, perché dovrei temerli?” ed ha sempre funzionato, ma stavolta in mezzo c’era anche una lingua che non è quella di nascita. Non sapevo come fare, avevo paura, non avevo nemmeno il coraggio di ricontattare il mio caro insegnante madrelingua delle superiori, ora docente di inglese all’università di Verona… ho lasciato la situazione al caso, fidandomi del fatto che in tutte le condizioni me la so cavare.

E così leggo, mi informo, cerco di capire cosa aspettarmi da un TEDX Talk, faccio prove e controprove con la coach di inglese consigliatami dall’organizzatore, una signora che si è dimostrata disponibilissima a farmi sentire più sicura del mio intervento, seguendomi via skype.

E così, finalmente, a grandi passi arriva il 5 novembre 2015, mio padre mi accompagna in auto fino ad Assisi.

L’accoglienza non poteva essere migliore; tutte quelle persone sconosciute, tra gli altri 11 speaker e tutti gli organizzatori, in poco tempo era come se mi conoscessero da sempre; la mia disabilità visiva, praticamente, non esisteva più; esisteva solo la voglia di condividere un’esperienza che sarebbe stata importante per la crescita di tutti noi.

Mi metto a fare una prova del mio talk dal vivo, e tutti quelli che erano presenti mi hanno incoraggiato, hanno creduto in me pur conoscendomi poco, mi hanno fatto capire che ce la potevo fare.

E così la mattina del venerdì è passata, con tutti gli altri interventi del tedx, alcuni in italiano e altri in inglese, ed il pranzo, con un piatto di lasagne mangiate in piedi, e mio annesso imbarazzo perché dovevo tener ferma la lasagna con la mano perché non mi scivolasse, cosa che però gli amici del TEDX hanno preso in ridere, e difatti ancora adesso quando ci sentiamo con loro, si torna in discorso e ci si mette a ridere tutt’ora.

Arrivano le 16, del venerdì 6 novembre, e Matteo, l’organizzatore, mi accompagna sul palco. Siamo pronti per il mio talk, Share to fight prejudice nel quale ho parlato della mia esperienza personale, da quando ho iniziato ad usare la tecnologia, ad adesso.

Era come se il mondo si fosse fermato. Ero io, il palco, ed il mio fedelissimo smartphone, che mi serviva anche per fare una breve demo di scrittura e ascolto della sintesi vocale, pareva quasi che tutte quelle persone sedute in ascolto, non esistessero; un ambiente che per 18 minuti aveva smesso di far rumore.

C’ero soltanto io, con quel microfono nel quale dovevo riversare tuta l’energia e l’adrenalina che avevo in corpo, avrebbe potuto aprirsi una voragine sotto i miei piedi, e non l’avrei sentita.

Finisco di parlare, e… un’esplosione.

Erano gli applausi delle persone presenti, normalissimi applausi come accade in tutti i convegni, ma a me pareva un rumore fortissimo, come se il mondo improvvisamente avesse ricominciato a far rumore, sembrava che tutta una serie di apparecchi radiofonici spenti, si fosse accesa all’unisono nello stesso momento e ognuno in una stazione radio diversa. Non capivo più niente…

Alla fine mio padre mi è venuto incontro e mi ha dato un abbraccio, cosa che di solito non fa mai, e sono ritornata alla realtà.

 Da allora sono passati mesi, e non ho dimenticato quelle emozioni, che forse per iscritto non riesco bene ad esprimere, porto con me il ricordo di una esperienza che mi ha arricchito a livello umano, oltre che professionale, e mi ha fatto capire che le barriere verso la disabilità, si possono sconfiggere, se si vuole; è necessario che ci sia, tra tutti, la voglia di condividere le medesime esperienze, emozioni e interessi.